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martedì 15 gennaio 2013

Il fusto del capello e la carenza di zolfo


Che puzza di zolfo! Quante volte abbiamo esclamato queste parole quando ci siamo trovati a passare vicino a una fabbrica oppure dopo il passaggio di qualche automobile?
Ciò che però siamo abituati a considerare solo per il suo olezzo, è in realtà uno degli elementi più importanti esistenti in natura e non solo per gli utilizzi che se ne fanno a livello industriale o agricolo ma anche per l’importanza che riveste per la nostra salute. Come è ormai chiaro da decenni, oltre a essere la base di numerosi composti chimici, lo zolfo è indispensabile per la vita ed è presente in tutti gli esseri viventi sotto forma di due amminoacidi, la cisteina e la metionina, e di conseguenza in molte proteine. Una sua carenza, o viceversa un suo eccesso può quindi essere alla base di diversi disturbi fisici. Come la tricotiodistrofia. Scoperta nel 1979 dal Dr. Price, la TDD, questo il suo acronimo, è una rarissima malattia genetica (in Italia sono stati descritti 11 casi su un centinaio presenti nel mondo) appartenente alla famiglia delle genodermatosi, generata proprio da un deficit di questo odoroso elemento e quindi di aminoacidi solforati. Essa si manifesta con alterazioni delle ciglia, delle sopracciglia, della cute e degli annessi, in primis unghie e capelli. Questi ultimi, in particolare, risultano estremamente fragili e si presentano corti e fram­mentati mentre appaiono colorati con strisce chiare e scure, come se fossere "tigrati". Sono inoltre presenti delle fratture del fusto tipo la tricoressi nodosa e la tricoschisi. A livello medico, la patologia è inquadrata nell’ambito della Dermatologia pediatrica. Difficile da diagnosticare con un esame superficiale, in quanto le sue manifestazioni cliniche sono differenti da un paziente all’altro, per essere sicuri di avere a che fare con essa, è necessario eseguire un esame tricologico al microsco­pio. La composizione aminoacidica delle proteine del capello risulterà molto diver­sa rispetto al normale, per l'incremento di sostanze sostitutive dello zolfo come aci­do aspartico, metionina, alanina, leucina eccetera. La tricotiodistrofia è presente in numerose sindromi (sindrome di Idin, sindrome Amish, sindrome di Sabinas), e si associa quindi a quadri clinici vari nelle malattie rare, correlandosi principalmente a sintomi di disturbi dermatologici come l'ittiosi congenita e la displasia ungueale e più genericamente ad anomalie di origine ectodermica e neuroectodermica. Essa si presenta alla nascita in correlazione con altri sintomi: una buona parte dei pazienti affetti da tricotiodistrofia può avere eccessiva fotosensibilità e oltre il novanta per cento di questi hanno una mutazione del gene XPD. Per i pazienti affetti da tricotiodistrofia senza fotosensibilità, invece, non è stata ancora isolata una mutazione genetica precisa. Nei casi italiani sono state identificate otto differenti variazioni genetiche: la mutazione del gene ARG112his è quella più presente. In quasi tutti i casi, infine, i pazienti presentano unghie distrofiche. Purtroppo a oggi, trattandosi di una patologia rara a trasmissione autosomico recessiva, non esistono ancora delle cure. Tuttavia, l’espressione clinica della TTD, ha indotto a credere che vi siano in gioco anche difetti di trascrizione del DNA che in un futuro prossimo potrebbero essere modificati preventivamente al fine di correggere tali anomalie.

giovedì 22 marzo 2012

Se l’individuo si strappa i capelli

Ci sono dei termini che apparentemente sembrano alludere a qualcosa di piacevole e divertente ma che invece nascondono qualcosa di estremamente tragico. Avete mai sentito parlare per esempio di tricotillomania? A sentirlo sembra che si intenda qualcosa che parla di campanelli. Invece è il nome medico di una mania compulsiva che induce chi ne è affetto a strapparsi i capelli. Certo, penserete voi, probabilmente è una patologia semi sconosciuta e rarissima. Sbagliato di nuovo. In realtà è una condizione molto più diffusa di quanto si creda e porta a stati di alopecia. Questo è sicuramente un termine più noto e che spaventa di più, e va aggiunto che il danno estetico è variabile e spesso nettamente demarcato. Generalmente le zone più colpite dagli “strappi” sono sopra la fronte e al centro della testa, ma possono essere interessate anche le ciglia, le sopracciglia e, negli uomini, la barba. Una variante della patologia è la tricocriptomania in cui i capelli più che strappati vengono spezzati. A questi due comportamenti compulsivi se ne possono associare altri altrettanto allarmanti. Alcuni soggetti per esempio masticano e deglutiscono i peli rimossi, azione che può causare il formarsi di masse di pelo nel condotto gastrointestinale che a loro volta possono generare ostruzioni, pancreatiti acute o emorragiche. Quali sono i soggetti più a rischio? Le statistiche dicono che a essere i più colpiti sono i bambini ma anche gli adulti che, più o meno coscientemente, attorcigliano, tirano e strap­pano ciocche di capelli con le dita. Se vi capitasse una cliente che presenta sulla testa chiazze senza capelli o con i capelli spezzati di forma irregolare e bizzarra, allo­ra probabilmente potrebbe essere affetta da uno di questi disturbi di cui abbiamo parlato. Inutile comunque chiederlo a lei: più di un terzo dei pazienti nega che l'alopecia sia autoindotta. Per diagnosticarla consigliatele di rivolgersi a un tricologo o a un dermatologo esperto che effettuerà studi al microscopio sui capelli spezzati o sulle aree che ne sono sprovvisti e comparazioni con altre forme di alopecia o in casi estremi una biopsia. Anche se la tricotillomania è attualmente classificata come un disturbo del controllo degli impulsi, questa definizione non sembra applicarsi pienamente ai soggetti più piccoli. Chi si strappa i capelli, infatti, prova un momento di grande stress poco prima di farlo e subito dopo una momentanea pace ma i bambini tendono a farlo durante la lettura, lo studio o al riposo a letto. Insomma, ancora non è chiara la causa di questa affezione che in genere è cronica, resistente alla terapia e soggetta a recidive. Esiste una terapia? Sì e si basa sul colloquio col medico, sull’uso di ansiolitici e antidepressivi, e in casi più gravi sul ricorso allo psichiatria. 

giovedì 15 dicembre 2011

Se a 40 si diradano i capelli


I capelli giocano un ruolo fondamentale nell’immagine che abbiamo di noi stesse: il modo di tagliarli, acconciarli, colorarli, costituisce un codice di comunicazione interpersonale. Tanto eloquenti quanto il look, i capelli esprimono personalità e stile. La valenza simbolica e sessuale della chioma, nelle diverse culture lungo i secoli è stata interpretata nelle più disparate maniere, ma quasi sempre una capigliatura folta è simbolo di forza e bellezza. Il valore sociale della chioma è evidente dai racconti biblici di Sansone e Dalila fino alle settecentesche parrucche dei nobili, dai capelloni degli anni ’70 alle più recenti e psichedeliche criniere dei punk. Senza capelli ci si può sentire in imbarazzo, ma se per l’uomo, la calvizie è diventata di moda, per circa un terzo delle donne adulte che intorno ai quarant’anni iniziano a soffrirne può rappresentare un problema, non solo psicologico. Un dato iniziale può rassicurarci: in genere le donne hanno un minor problema rispetto all’uomo e questa protezione è dovuta all’azione degli ormoni femminili, gli estrogeni, che contrastano l’azione degli androgeni, responsabili della calvizie. Anche se più protetto, però, il sesso femminile non è del tutto immune da questo disturbo. Questo rischio si corre maggiormente dopo il parto, durante l’allattamento e in menopausa: momenti che, come una dieta sbagliata, lo stress, uno stato ansioso, una cura farmacologica o problemi ormonali rompono l’equilibrio del loro metabolismo. Anche diversi farmaci, sole e raggi UVA, fumo, alimentazione squilibrata, carenza di vitamine e sali minerali, colorazioni aggressive, l’uso frequente di phon roventi, piastre liscia-capelli, permanenti fin da giovani possono, non solo indebolire e rovinare il capello, ma farlo morire. Gli specialisti insistono che è sempre più importante, dunque, migliorare la diagnosi precoce e il corretto trattamento della caduta dei capelli femminili. Più complesse sono le cause genetiche o di natura ormonale come le disfunzioni tiroidee, l’assunzione di pillole contraccettive, e il post-parto. Spesso le donne chiedono conforto o mettono al corrente delle proprie paure la propria estetista, che può solo aiutare a riconoscere il problema favorendo un intervento tempestivo da parte dello specialista. È per questo motivo che per parlare di calvizie femminile bisogna aver presente che a differenza che nei maschi, nelle donne la linea frontale della capigliatura viene preservata e l’alo pecia è, di solito, diffusa all’interno della regione centro-parietale e sul vertice. Spesso però non si tratta di una vera calvizie, ma più di un diradamento e di una perdita di spessore. Il segno precoce è la miniaturizzazione dei capelli che appaiono secchi, opachi, con le punte svuotate e il diametro del fusto inferiore a quello delle radici. La forma più grave prevale dopo i 40 anni, caratterizzata dalla graduale trasformazione dei capelli terminali (lunghi, spessi e pigmentati) in capelli atrofici (corti, sottili, non pigmentati). Il processo è lento ed è dovuto all’alterazione del principale ormone maschile, il testosterone, capace di alterare la crescita del capello cui viene tolto ossigeno e nutrimento, fino alla sua caduta. Il bulbo pilifero si atrofizza e i capelli che cadono non vengono più rimpiazzati. Importante il ruolo della cosmetologia: integratori, creme, lozioni e massaggi per stimolare i follicoli, oltre a piccoli accorgimenti quotidiani: lavare i capelli con shampoo idratanti e balsami, tagliarli spesso, evitare l’uso frequente di permanenti, colorazioni e decolorazioni, non spazzolarli con energia o pettinarli a treccia e coda di cavallo che possono provocare una forma di alopecia, dovuta alla trazione.