martedì 21 aprile 2015

Infertilità? Problemi di età

L’infertilità è oggi un fenomeno in crescita, che colpisce circa il 15-20% delle coppie1 e che erroneamente viene ancora considerato un problema prevalentemente femminile. Recenti ricerche dimostrano, infatti, che l’infertilità di una coppia può dipendere, nella stessa misura, da fattori femminili e maschili2.
In entrambe le situazioni, una delle principali cause del mancato concepimento o dell’impossibilità di portare a termine una gravidanza è rappresentata dal ‘fattore età’. Se, a partire dai 35 anni, la donna subisce dei cambiamenti fisiologici che contribuiscono alla progressiva riduzione della fertilità, con l’avanzare dell’età anche la qualità delle cellule riproduttive (gameti) maschili diminuisce3.
 
I dati dell’ultima relazione del Ministero della Salute al Parlamento mostrano che in Italia le donne accedono alle tecniche di PMA a 36,5 anni in media, con notevole ritardo rispetto a quanto accade negli altri Paesi europei (34,7 anni) e che, inoltre, si è registrato un aumento dell’età media per ciclo dei partner maschili, attestata a 40 anni4.
L’età in cui si cerca la prima gravidanza non solo può essere causa di infertilità, ma può anche inficiare il buon esito delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, la cui efficacia risulta così notevolmente limitata4.
 
“Le probabilità di successo delle terapie - dichiara Andrea Borini, Presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione (SIFES-MR) -aumentano quanto più la diagnosi di infertilità è precoce e l’avvio ai trattamenti di PMA tempestivo. Inoltre, grazie alla personalizzazione dei trattamenti sulle specifiche caratteristiche cliniche delle coppie, oggi è possibile effettuare stimolazioni ormonali efficaci limitando eventuali complicanze”.
 
A ribadire lo stretto legame tra fertilità ed età anche il Fertility 2.0 Award (www.fertility20award.it), la cui seconda edizione è stata annunciata proprio nel corso del Fertility Forum. Il premio, indetto da Merck Serono S.p.A., si rivolge ai giornalisti di testate online e a tutti gli utenti di Internet, e vuole premiare coloro che, attraverso il Web, danno un contributo importante alla divulgazione sui temi della fertilità e della prevenzione dell’infertilità.
 
Il tema dell’edizione 2015 - Le età della fertilità: il tempo dell’attesa - intende sottolineare come la capacità riproduttiva sia un patrimonio molto prezioso che tuttavia diminuisce con l’avanzare dell’età. È quindi importante che le coppie compiano una scelta consapevole riguardo il momento in cui realizzare il proprio progetto di genitorialità.

“L’appuntamento annuale con il Fertility Forum - sottolinea Antonio Messina, Presidente ed Amministratore Delegato di Merck Serono S.p.A. – è un esempio concreto del nostro impegno nella lotta all’infertilità e nell’assistenza alle coppie infertili. Sosteniamo la ricerca per fornire soluzioni terapeutiche e tecnologie sempre più innovative ed efficaci ai pazienti, un obiettivo ambizioso che perseguiamo con costanza e azioni tangibili”.
 
A conferma delle parole di Messina, il Fertility Forum è stata anche l’occasione per annunciare il lancio in Italia di Eeva® (Early Embryo Viability Assessment), un nuovo test prognostico non invasivo a disposizione dei medici e degli embriologi che valuta automaticamente il potenziale di sviluppo dell'embrione da trasferire.
Questo test, in aggiunta al tradizionale esame morfologico, può aiutare a migliorare le probabilità di una gravidanza.   

Il test Eeva® è commercializzato in Italia da Merck Serono S.p.A in virtù di un accordo esclusivo di   licenza con la società Auxogyn Inc.
 
 
Bibliografia:
2 American Pregnancy Association. http://americanpregnancy.org/infertility/whatisinfertility.html Last accessed: 2012
3 American Society for Reproductive Medicine. Age and Fertility. Reproductive Facts. Available at: http://www.reproductivefacts.org/uploadedFiles/ASRM_Content/Resources/Patient_Resources/Fact_Sheets_and_Info_Booklets/agefertility.pdf Last accessed October 2014.
4 Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sullo stato di attuazione della legge contenente norme in materia di procreazione medicalmente assistita (legge 19 febbraio 2004, n. 40, articolo 15) - anno 2014
 

Tumore al polmone: margini di miglioramento nell’utilizzo delle terapie personalizzate

I risultati di un nuovo sondaggio mondiale condotto sugli oncologi esperti di tumore polmonare indicano che, nonostante l’81% dei pazienti con nuova diagnosi di carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) sia stato sottoposto al test per individuare mutazioni di EGFR, un numero considerevole di essi non ha ricevuto una terapia personalizzata sulla base del tipo di tumore o della sua caratterizzazione molecolare[1] I risultati del sondaggio, promosso da Boehringer Ingelheim, a cui hanno partecipato 562 oncologi di 10 Paesi (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti), sono stati presentati oggi, come late-breaking abstract, nella sessione Migliori Abstract ESMO-IASLC, del  European Lung Cancer Conference (ELCC) 2015, che si svolge a  Ginevra. 
L’indagine ha evidenziato che, in quasi 1 paziente su 4 con NSCLC avanzato, la terapia di prima linea è stata avviata prima che fossero disponibili i risultati del test sulle mutazioni EGFR, con differenze significative fra le varie regioni geografiche (intervallo: dal 12% in Asia al 30% in Europa).1 Le ragioni principali per cui non tutti i pazienti vengono sottoposti al test, sono risultate essere (oltre all’istologia del tumore): “tessuto insufficiente”/”incertezza sul fatto che il tessuto fosse sufficiente”, “scarsa efficienza” e “tempi troppo lunghi per avere i risultati”.
Le linee guida internazionali[2] raccomandano che il test per l’individuazione delle mutazioni EGFR venga eseguito al momento della  diagnosi di NSCLC avanzato, e che i risultati guidino le scelte sulla terapia, per garantire che i pazienti ricevano trattamenti specifici appropriati sulla base del tipo di tumore. Questo è importante perché i pazienti con carcinoma polmonare avanzato con mutazione EGFR possono trarre benefici in termini di  sopravvivenza libera da progressione della malattia e qualità di vita attraverso terapie target, rispetto alla chemioterapia standard.2  Inoltre, dati recenti hanno mostrato che una specifica terapia target ha aumentato la sopravvivenza complessiva dei pazienti con la mutazione più frequente (Del19) rispetto alla chemioterapia.[3]
Il NSCLC è la forma più diffusa di tumore polmonare.[4] Mutazioni specifiche di questo tumore, note come mutazioni EGFR, vengono riscontate nel 10-15% dei pazienti caucasici e nel 40% di quelli asiatici.[5] Ci sono diversi tipi di mutazioni EGFR, le più comuni sono le delezioni dell’esone 19 (Del19) e la mutazione L858R dell’esone 21 .[6]
Il Professor Gerd Stehle, Vice Presidente Medicine Therapeutic Area Oncology di Boehringer Ingelheim ha poi commentato che “l’impegno della ricerca sul tumore polmonare da parte di Boehringer Ingelheim va al di là degli studi clinici. Questa indagine mondiale fa parte delle attività che conduciamo costantemente per approfondire le  conoscenze sulla pratica clinica, utilizzando queste informazioni per rispondere al meglio alle necessità dei pazienti e di chi se ne prende cura”.
Per quanto riguarda i risultati relativi all’Italia, si evidenzia che il test per la mutazione EGFR prima della terapia di prima linea viene effettuato nel 79%  dei casi (in confronto al 77% della media europea).
In aggiunta, nel 67% dei casi è stato effettuato il test e i risultati sono stati disponibili prima dell’inizio della terapia di prima linea rispetto ad una media europea del 57%.
“In Italia un’elevata percentuale di pazienti affetti da tumore polmonare viene sottoposta al test per la mutazione del fattore di crescita epidermico (EGFR) – sottolinea la Professoressa Silvia Novello, Presidente di WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe) – ma ci sono pazienti (e familiari) che richiedono di iniziare subito la terapia di prima linea, senza attendere l’esito del test. Alla luce dei dati emersi da questo lavoro presentato credo che ci siano alcuni concetti importanti da sottolineare nell’interesse dei pazienti: oggi esistono terapie mirate per alcuni tipi di tumore polmonare e i casi con mutazione di EGFR ne sono un esempio, che traggono beneficio da un trattamento specifico, fin dal momento della diagnosi. E’ fondamentale che tutti gli elementi necessari per impostare una terapia vengano acquisiti prima di iniziare la terapia stessa e, pur comprendendo lo stato di angoscia che accompagna quei momenti, è necessario aspettare quel tempo tecnico per la realizzazione di tutti i test.

Il sondaggio
Con l’intento di approfondire le conoscenze sulla diagnosi, sul test per le mutazioni e sul trattamento dei pazienti con NSCLC avanzato, è stato condotto, a livello mondiale, un sondaggio online su 562 medici in 10 Paesi (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti). Il sondaggio, che si è svolto tra dicembre 2014 e gennaio 2015, ha valutato la prevalenza del test per individuare le mutazioni EGFR, l’atteggiamento e le barriere nei confronti del test, e il modo in cui i risultati del test influenzano la scelta della terapia.
Infografica sul sondaggio: http://www.lifewithlungcancer.info/egfrtestingItaly.html
Boehringer Ingelheim in Ambito Oncologico
http://newscentre.boehringer-ingelheim.com/education_hub1/oncology/backgrounder/bi_oncology_backgrounder.html

martedì 3 marzo 2015

Dolore Episodico Intenso, una realtà sottodiagnosticata

Colpisce il 30-50% dei malati oncologici. È il Dolore Episodico Intenso (D.E.I.), un picco di sofferenza che insorge all’improvviso in pazienti che già soffrono di dolore da cancro. Nonostante sia causa di una importante compromissione della qualità della vita, il D.E.I. è una realtà clinica ancora sottostimata e sottodiagnosticata, spesso trattata con farmaci non appropriati. A Napoli il convegno “Ascolto e relazione nel percorso di cura: 6 D.E.I. nostri?”, promosso da Angelini, ha fatto il punto su come migliorare la gestione di questa patologia, identificando il rapporto tra medico e paziente quale fattore essenziale per il successo del percorso di cura. Capacità di ascolto e di dialogo che risultano di particolare valore in un contesto, quale è quello oncologico, complesso e ricco di implicazioni culturali e psicologiche, che costituiscono la chiave per un’alleanza terapeutica efficace. L’evento partenopeo segna l’inizio di un percorso che coinvolgerà i terapisti del dolore in prima persona e culminerà nella pubblicazione di un volume con le più belle storie di “straordinaria” comunicazione medico-paziente. Presentata inoltre una nuova opzione farmacologica per la terapia del D.E.I.: una formulazione di fentanyl citrato sublinguale caratterizzata da elevata rapidità d’azione e flessibilità posologica.
 
Napoli, 10 febbraio 2015 – Pregiudizi, paure e false credenze: sono solo alcuni dei sentimenti che ruotano intorno alla malattia dolore e che, spesso, ostacolano il successo delle terapie per alleviarlo. Di fronte a un fenomeno così articolato, è dovere del clinico porre al centro del percorso di cura il paziente, stabilendo con lui un dialogo teso a comprenderne esigenze e timori inespressi e a migliorarne la qualità della vita. Ciò vale ancor più per una patologia complessa come il Dolore Episodico Intenso (D.E.I.), noto anche come BreakThrough cancer Pain (BTcP), un particolare tipo di dolore che colpisce chi soffre di patologie neoplastiche.
 
Il Dolore Episodico Intenso è un dolore transitorio acuto di breve durata, che s’instaura su un dolore persistente di base”, spiega il professor Guido Fanelli, Presidente della Commissione Ministeriale Terapia del Dolore e Cure Palliative. “É un picco di sofferenza intenso, che si verifica all’improvviso; lo sperimenta circa il 30-50% dei pazienti oncologici. Insorgendo in modo rapido e inaspettato, ha un pesante impatto sulla qualità di vita del malato e sul suo percorso di cura. Per le sue peculiarità, il Dolore Episodico Intenso necessita di farmaci con apposita indicazione ma ancora troppo spesso è sottodiagnosticato e sottotrattato o affrontato inappropriatamente, mentre cruciali per una terapia efficace sono la velocità dell’effetto analgesico e la possibilità di calibrare il dosaggio, in base alle caratteristiche del singolo paziente”.
 
Proprio con l’obiettivo di promuovere il successo dei percorsi terapeutici del Dolore Episodico Intenso, favorendo una migliore comunicazione tra medico e paziente, ha preso il via il progetto “Ascolto e relazione nel percorso di cura: 6 D.E.I. nostri?”, promosso da Angelini. Circa 160 terapisti del dolore di tutta Italia si sono riuniti in questi giorni a Napoli per condividere, attraverso i meccanismi narrativi dello storytelling, le reciproche esperienze e le indicazioni su cosa fare e cosa non fare nelle situazioni critiche più ricorrenti. Sul delicato equilibrio psicologico che il medico instaura con i propri pazienti e con il caregiver, il convegno ha fornito agli specialisti un inedito sguardo d’autore: l’attore e psicologo Paolo Vergnani ha, infatti, tenuto una “conferenza teatrale” sul valore e la potenza della comunicazione, fornendo strumenti e spunti di riflessione sulle difficoltà e le opportunità che possono influenzare la relazione medico-paziente nel percorso di cura. I clinici hanno poi affrontato, nel corso di specifici workshop, le 6 situazioni critiche più frequentemente riscontrate nella gestione del paziente oncologico che soffre di dolore, giungendo a definire i comportamenti appropriati e a individuare le pratiche che, invece, andrebbero evitate. Tra le principali problematiche emerse, il paradosso dei pazienti che rifiutano la terapia antalgica, di fronte ai quali il clinico deve compiere uno sforzo di comprensione e cercare un’apertura che porti a una soluzione davvero condivisa. Altre criticità sono rappresentate da preconcetti, convinzioni errate, informazioni non corrette spesso derivanti dalla consultazione del web da parte dei malati: in queste circostanze, il medico deve prestare attenzione al contesto socio-culturale del paziente e alla sua storia clinica, cercando di rassicurarlo con il linguaggio più adatto, evitando risposte standard.
 
Il fine ultimo dei diversi workshop è stato quello di elaborare delle “storie cliniche” in grado di rappresentare esempi di buona comunicazione, alla base di un’efficace gestione del dolore, storie che poi confluiranno nella pubblicazione di un volume dedicato.
Le esperienze cliniche raccolte, trasformate in storie dagli stessi terapisti del dolore”, spiega Paolo Vergnani, “sono state la testimonianza del valore della narrazione nello sviluppo di una capacità di comunicazione che ponga il paziente al centro del percorso di cura, favorendo una maggiore empatia a vantaggio tanto del malato quanto del clinico. La nostra volontà è mettere a disposizione i contenuti emersi nel corso del convegno, grazie alla pubblicazione e alla diffusione di un libro, che possa essere strumento utile e di riferimento nella comunicazione tra medico e paziente oncologico”.
 
L’evento di Napoli ha costituito inoltre l’occasione per presentare alla comunità medica una nuova opzione farmacologica nella terapia del Dolore Episodico Intenso: una formulazione di fentanyl citrato sublinguale, in grado di rispondere alle specifiche esigenze terapeutiche del D.E.I. grazie a un’elevata rapidità di azione, già a 6 minuti, alla flessibilità posologica e alla semplicità di assunzione. Tutte caratteristiche che favoriscono l’aderenza del paziente alla terapia, alimentando un circolo virtuoso che va proprio nella direzione di un’effettiva alleanza terapeutica tra il curante e l’assistito.
 
“Il Dolore Episodico Intenso è una problematica dal forte impatto etico e sociale, che si ripercuote sul benessere psico-fisico del paziente oncologico, spesso già compromesso dalla malattia”, dichiara Fabio De Luca, General Manager Divisione Pharma di Angelini. “Pur esistendo delle scale validate di misurazione, il dolore è un sintomo così soggettivo che, per poterlo comprendere a pieno, è importante aiutare il paziente a raccontarlo, esprimendo ciò che realmente prova. In questo senso, il ricorso allo storytelling può davvero fare la differenza. Per tale motivo crediamo nell’utilità del progetto ‘Ascolto e relazione nel percorso di cura: 6 D.E.I. nostri?’, con il quale ci auguriamo di contribuire a un effettivo miglioramento nella comunicazione medico-paziente nell’ambito del percorso di cura del Dolore Episodico Intenso. L’impegno di Angelini nella lotta alla sofferenza si concretizza con lo sviluppo di soluzioni terapeutiche innovative, in grado di rispondere ai bisogni insoddisfatti dei malati, e col supporto a iniziative volte ad affiancare la classe medica con serietà e spirito di collaborazione”.
 
 
http://www.angelini.it/wps/wcm/connect/it/home/sala-stampa/comunicati-stampa/dolore+episodico+intenso+nasce+il+progetto+ascolto+e+relazione+nel+percorso+di+cura+6+d.e.i.+nostr

Aumentano le psicopatologie provocate da abuso di alcol e sostanze stupefacenti

Nei giovani di età compresa tra i 10 e 19 anni aumentano le psicopatologie provocate da abuso di alcol e sostanze stupefacenti. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) che si riunisce a Milano per il 19° Congresso Nazionale dal 23 al 26 febbraio.
L’assunzione di droghe – spiega il Professor A. Carlo Altamura, Professore Ordinario di Psichiatria dell'Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e di Salute Mentale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – oltre agli effetti immediati provoca gravi danni al cervello e, nelle persone predisposte, aumenta fino a 5 volte il rischio di sviluppare gravi malattie psichiatriche (solo in Italia colpiscono circa 2 milioni di persone), come schizofrenia e disturbo bipolare”. La droga compromette il funzionamento del sistema nervoso centrale: il suo abuso è dunque associato ad un elevato rischio di disturbo mentale e, in soggetti predisposti, le sostanze assunte regolarmente possono provocare alterazioni anatomiche della massa cerebrale. Inoltre, come evidenzia l’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nella fascia d’età considerata la prima causa di malattia e disabilità è la depressione, a cui seguono gli incidenti stradali. Molte volte esito estremo di una grave depressione è invece il suicidio, terza causa di morte tra gli adolescenti.
“In questi ultimi anni – prosegue il Professor Altamura – tra i ragazzi che non hanno ancora compiuto 20 anni si registra un numero sempre più elevato di domande di aiuto per ansia e disturbi depressivi, spesso accompagnati da eccesso di alcol e droghe. Dobbiamo porre un freno a questa pericolosissima deriva e rinforzare le strategie volte a migliorare la salute ed il futuro delle giovani generazioni: questo può avvenire solo grazie ad assistenza e cure mirate”.
Ad avvalorare l’allarme lanciato dalla SOPSI sono diversi studi, che certificano questa vera e propria piaga sociale. Ad esempio, da una ricerca sull’abuso di sostanze (alcol, caffè ed energy drink) che sarà presentata all’incontro internazionale e condotta su 3011 adolescenti e giovani adulti italiani di entrambi i sessi di età compresa tra i 16 ed i 24 anni, emerge che il 53,6% consuma bevande alcoliche; tra questi, l’89,6% ha avuto comportamenti di binge drinking (il binge drinking è l’ingestione di 5 o più bevande alcoliche, 4 per le donne, in un’unica occasione, almeno una volta a settimana), nel campione complessivo la percentuale di binge drinkers si attesta al 48,1%. Dunque, dal campione emerge che quasi il 90% dei giovani adulti consumatori di alcol è anche bevitore binge.
Un altro studio si sofferma poi sugli effetti dell’uso di cannabis e la loro relazione con sintomi psicotici. Lo studio rileva come, dei 116 soggetti reclutati, il 50% abbia fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita e il 22% sia attualmente consumatore. I consumatori abituali di cannabis sono più spesso maschi e disoccupati. Dalla ricerca è emerso che quanti fanno uso di cannabis provano allucinazioni visive e rallentamento del tempo, mentre la percezione di spavento è associata all’interruzione del consumo, così come l’esperienza di allucinazioni uditive è legata all’assunzione di cannabis oltre 50 volte nell’arco della propria vita. Fondamentale, dunque, il ruolo della prevenzione primaria e secondaria sugli effetti dell’uso di cannabis tra quanti sono a rischio per disturbi psicotici.
Durante il Congresso SOPSI si parlerà poi della crisi economica globale, che ha diffusamente colpito il Paese, in funzione della Salute Mentale, ma anche di stress, vulnerabilità e di capacità di resilienza dell’individuo. La resilienza è il processo o la capacità di esito positivo a seguito dell’esposizione ad eventi traumatici o estremi, capacità di riprendersi e di uscire più forti e pieni di nuove risorse dalle avversità e processo attivo di resistenza, autoriparazione e crescita in risposta alle crisi ed alle difficoltà inevitabili della vita.
A Milano sono numerosi i lavori che si dedicheranno inoltre al tema della paura e, in particolare, al suo apprendimento, basato su un sistema differente da quello dell'imparare a riconoscere persone, oggetti e situazioni. L'acquisizione della paura è implicita e dipende da una specifica struttura del cervello denominata Amigdala. Di fatto, quando siamo spaventati proviamo paura in modo implicito e sappiamo esplicitamente cosa l’abbia provocata. Ma la risposta di paura può essere appresa anche senza coscienza: possiamo infatti sentirci spaventati senza sapere da cosa. Tra le numerose tematiche di cui si discuterà al MiCo Milano Congressi, ampio spazio sarà dato ai disturbi mentali, a quelli del comportamento alimentare, alla farmacogenetica, alla violenza contro le donne e alla dipendenza da Internet. “Il Congresso – conclude il Professor Altamura – è di alta qualità scientifica e riguarda le aree di interessi di tutti i partecipanti. In Plenaria saranno infatti presenti importanti opinion leader ed illustri esperti a livello internazionale: tra questi, Lieberman (Past President dell’American Psychiatric Association), Yehuda, Goodwin, Wittchen, Merikangas, Murray, Le Doux e numerosi altri esperti che operano nelle diverse strutture sparse sul territorio all’estero e italiano e che sono in prima linea nella assistenza e nel trattamento di quanti sono maggiormente esposti alle attuali problematiche socio-ambientali”.

Il Centro di Terapia del Dolore dell’Ospedale Maggiore di Parma


Anni di esperienza come struttura specialistica al servizio dei pazienti che soffrono, un’innovativa attività di ricerca farmaco-genomica sul mal di schiena, un impegno continuo nella formazione di medici altamente specializzati. Sono questi i punti di forza del Centro di Terapia del Dolore dell’Ospedale Maggiore di Parma, da poco riconosciuto come riferimento regionale per la cura del dolore cronico e presentato oggi alle Autorità e ai media locali.
Il Centro di Terapia del Dolore dell’unità operativa di 2° Anestesia e Rianimazione, recentemente ristrutturato e ampliato, con 6 ambulatori, 6 posti letti e 2 attigue sale operatorie, è in grado di gestire anche i casi più complessi, ponendosi all’avanguardia per la diagnosi, la cura e la riabilitazione del dolore cronico. La struttura risponde così in modo completo ai requisiti della legge 38, che garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del malato, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza.
“Il nostro – spiega il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, Leonida Grisendi - è stato il primo, e per ora l’unico, Centro HUB individuato dalla Regione Emilia Romagna, punto di riferimento per un’area vasta di circa 2 milioni di abitanti. Una scelta maturata per gli anni di competenza ed esperienza di struttura specialistica di secondo livello, che premia il lavoro clinico-assistenziale e di ricerca dei nostri professionisti”.
“L’HUB di Parma - precisa Guido Fanelli, Direttore della struttura e Presidente della Commissione ministeriale per l’attuazione della legge 38 - con oltre 16.000 prestazioni erogate ogni anno, ha al proprio attivo numeri che testimoniano la grande mole di lavoro svolta quotidianamente. A questo si aggiunge una feconda attività di ricerca, il cui valore è stato recentemente attestato dall’assegnazione di fondi da parte della Commissione Europea per uno specifico  progetto di ricerca farmaco-genomica condotto sui dolori alla schiena, nell’ambito del Seven Fraimwork Program for Research”.
“L’Università di Parma – conclude Fanelli – è stata la prima nell’anno accademico 2012-2013 ad istituire il Master di secondo livello di alta formazione e qualificazione in terapia del dolore e cure palliative. Ogni anno diplomiamo 20 medici con competenze professionali specifiche, proprio per un’adeguata gestione del dolore cronico, in base ai principi della legge 38”.